di Alessandro delli Carri
«Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa.»
(Giovanni 15:11)
Il Signore Gesù ha rivolto queste parole ai Suoi discepoli in un momento di grande solennità.
Eppure, anche per chi crede, ci sono momenti in cui la gioia sembra un’eco lontana. In quelle circostanze, sorge spontanea una domanda:
“Perché, se sono un figlio di Dio, non provo gioia?”
Per rispondere, esaminiamo il capitolo 15 del Vangelo di Giovanni. Qui il Signore si presenta come la Vite, la fonte che sostiene la vita dei tralci affinché portino frutto. Gesù ripete l’invito “Dimorate in me…” sotto tre caratteri fondamentali.
1. Dimorare in Colui che è la Vita (vv. 4-6)
«Dimorate in me e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla.»
È fondamentale distinguere tra la grazia sovrana (che dona la vita eterna una volta per tutte al peccatore) e la nostra responsabilità quotidiana nel cammino di fede.
Qui Gesù non sta parlando di “nascere di nuovo”, ma del tralcio che riceve la linfa dalla vite. La vita del credente non è sostenuta da un’energia autonoma e non mira all’autosufficienza, ma si fonda su una dipendenza continua. Dimorare implica un’abitazione stabile: non è il soggiorno di un momento, ma il luogo dei nostri affetti, dove viviamo ogni giorno. Senza questo contatto vitale e pratico, la nuova natura non può esprimersi e il cuore inaridisce.
Nascere di nuovo rappresenta una necessità fondamentale, in quanto l’uomo naturale non può «vedere il regno di Dio» (Giovanni 3:3, 7).
Per natura siamo infatti «morti nei peccati» (Efesini 2:1) e, come insegna la Scrittura, «quelli che sono nella carne non possono piacere a Dio» (Romani 8:8). La nostra vecchia natura è irrimediabilmente separata da Lui, priva di qualsiasi giustizia e incapace di cercarlo (Romani 3:10-12).
La salvezza non dipende dunque da sforzi o opere umane, ma è un dono gratuito che Dio, «ricco in misericordia», offre per grazia mediante la fede (Efesini 2:4, 8-9). Di fronte a questo dono, la responsabilità dell’uomo inizia nel riconoscere che la propria natura di peccatore (Romani 3:23) rende impossibile qualsiasi relazione con un Dio santo. È proprio questa consapevolezza che spinge il peccatore ai piedi della croce, confidando nell’efficacia del sangue versato da Cristo per la purificazione e la riconciliazione (Colossesi 1:20; 1 Pietro 1:18-19).
All’uomo è richiesto solo di avere fede nell’opera compiuta da Gesù: «Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato» (Atti 16:31). Questa fede si manifesta credendo con il cuore nella Sua risurrezione e confessando con la bocca che Egli è il Signore (Romani 10:9). Chiunque avverta il peso del proprio peccato è invitato ad andare direttamente a Lui, sostenuto dalla Sua promessa: «Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori» (Giovanni 6:37). Quando un cuore accoglie con fede la Parola, lo Spirito opera il miracolo della nuova nascita (Giovanni 3:5; 1 Pietro 1:23).
Una volta nati di nuovo, questa nuova vita odia il peccato e ama Dio. Il suo “frutto” non è uno sforzo umano, ma il carattere di Cristo che lo Spirito Santo produce in noi: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo (Galati 5:22-23). Senza questa “linfa “che scorre in noi, non possiamo fare nulla di gradito a Dio e che abbia valore eterno.
Chi è nato di nuovo riconosce di essere stato riscattato a caro prezzo e di appartenere totalmente a Lui. Siamo diventati “servi di giustizia”(Romani 6:18) e questa nuova natura ha un desiderio unico: piacere al proprio Signore.Ricordiamo i tre valorosi guerrieri del Re Davide (2 Samuele 23:13-17). Quando egli, ancora fuggiasco perché perseguitato da Saul, espresse il semplice desiderio di bere l’acqua del pozzo di Betlemme, i suoi uomini non aspettarono un ordine. Per amore del loro signore, sfidarono l’esercito nemico solo per soddisfare un suo desiderio. Allo stesso modo, la nuova natura del credente agisce per amore, cercando di compiere ciò che piace al Signore; non per dovere, ma per il gioioso piacere di servirlo.
2. Dimorare in Colui che è la Parola (v. 7)
«Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto.»
Possiamo davvero chiedere tutto? Sì, ma a una condizione: che i nostri desideri rispondano alle Sue parole. Se siamo in comunione con il Signore, formuleremo richieste che sono in perfetta armonia con i Suoi pensieri. Dimorare nella Parola non significa solo leggerla, ma lasciarsi dirigere e correggere da essa.
Sotto la guida dello Spirito Santo, la Parola non sarà recepita come un rigido codice di regole, ma avrà il valore vivo della voce del Signore che parla alla nostra anima. Lo Spirito “prende del Suo” per annunciarcelo (Giovanni 16:14). Quando la Parola dimora in noi, i nostri desideri si allineano ai Suoi: chiediamo quindi ciò che Egli vuole e desidera, e la Sua risposta non potrà che appagare la nostra preghiera.
Le nostre preghiere non saranno più guidate dai desideri egoistici del vecchio uomo — come la ricerca di ricchezza, comodità o successo —, né saremo sopraffatti dall’ansia per i bisogni pur legittimi della vita quotidiana, come la salute, il lavoro o la famiglia. Sappiamo infatti che il Padre nostro conosce già le cose di cui abbiamo bisogno (Matteo 6:8, 33).
La nostra vera priorità diventerà: «Signore, sia magnificata la Tua Persona e sia glorificato Dio» (Filippesi 1:20). Quando dimoriamo così vicini al Suo cuore, i nostri desideri si armonizzano con la Sua volontà, e arriviamo a chiedere ciò che Egli stesso desidera compiere (1 Giovanni 5:14; Giovanni 15:7).
3. Dimorare in Colui che è Amore (vv. 9-10)
«Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.»
Che privilegio! Il Signore Gesù ci invita a dimorare nel Suo amore, amandoci con la stessa intensità divina con cui il Padre ama Lui. Egli ci chiama a una vita di ubbidienza e dipendenza affettuosa, dove osservare i Suoi comandamenti diventa il modo per godere pienamente della Sua presenza e della Sua gioia. È una posizione di favore assoluto: nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio che ci è garantito in Cristo Gesù (Romani 8:38-39).
Tuttavia, per “gustare” questo amore nella vita pratica, occorrono tre atteggiamenti del cuore:
A. La Sottomissione
È il punto di partenza della vita cristiana. Significa mettere da parte i propri desideri umani e le ambizioni personali per affidarsi interamente alla volontà di Cristo. È un atto di resa totale che apre la strada a una relazione profonda con Lui, nella quale non siamo più guidati dal nostro “io”. Non è una sottomissione forzata o dolorosa, ma una gioiosa accettazione della Sua autorità, perché sappiamo che la Sua volontà è perfetta, giusta e rivolta al nostro bene (Romani 12:2). Si manifesta nella vita quotidiana attraverso la scelta consapevole di obbedire alla Parola di Dio, anche quando costa.
B. La Dipendenza
È la diretta conseguenza della sottomissione. Riconoscere la signoria di Cristo significa anche riconoscere la nostra totale incapacità di vivere la vita cristiana con le nostre sole forze. La nostra debolezza e insufficienza sono messe in luce per un motivo glorioso: affinché la potenza di Cristo si manifesti nella nostra debolezza (2 Corinzi 12:9). Dipendere dal Signore significa affidarsi a Lui per la forza, la saggezza e la guida necessarie ad affrontare ogni giorno, attingendo a Lui nella preghiera e nella meditazione della Parola.
C. L’Obbedienza
È la dimostrazione pratica della sottomissione e della dipendenza. Non si tratta di un’obbedienza motivata dalla paura di un castigo, ma dall’amore per il nostro Salvatore. Come Gesù ha detto: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Giovanni 14:15). Un’obbedienza di questo tipo è il frutto naturale di un cuore trasformato dalla grazia. La vita stessa di Gesù ha manifestato un’ubbidienza e una devozione totali, dimostrando in modo supremo il Suo perfetto amore per il Padre (Giovanni 8:29; 14:31).
Come credenti nati di nuovo, l’obbedienza alla Parola è la nostra risposta d’amore: «Perché questo è l’amore di Dio: che osserviamo i suoi comandamenti» (1 Giovanni 5:3). Vivere immersi nel Suo amore e fedeli ai Suoi insegnamenti non è un peso, ma la vera sorgente di pace per i nostri cuori.
Il segreto della gioia completa
«Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa.» (Giovanni 15:11)
In questo versetto troviamo la naturale conclusione del nostro percorso. La gioia piena promessa dal Signore non è un’emozione superficiale o passeggera, ma il risultato diretto delle tre realtà che abbiamo considerato:
- Dimorare in Cristo (v. 4);
- Lasciare che le Sue parole dimorino in noi (v. 7);
- Dimorare nel Suo amore (v. 9).
Mentre il mondo rincorre affannosamente una felicità temporanea senza mai saziarsi, il credente trova la vera pienezza esclusivamente nel Signore. La nostra gioia è completa perché scaturisce da una Fonte perfetta e immutabile — Gesù stesso — , e perché il fine supremo della nostra vita è diventato magnificare la Persona di Cristo e glorificare Dio (1 Corinzi 10:31).
Lo Spirito Santo, che abita in ciascun credente, produce in noi questo frutto celeste (Galati 5:22) nella misura in cui camminiamo in ubbidienza, desiderando fare ciò che è gradito al nostro Salvatore.
Caro fratello, cara sorella, se oggi la tua gioia sembra essersi affievolita, non cercare di “fabbricarla” analizzando i tuoi stati d’animo o cercandola nelle cose di questo mondo. La gioia del credente non dipende dalle circostanze che attraversa, ma da Colui al quale guarda e nel quale dimora (Ebrei 12:2).
Torniamo alla Sorgente. Non permettiamo alle distrazioni di questo tempo di staccare il nostro sguardo da Colui che è l’origine di ogni benedizione. In Lui troveremo esattamente ciò di cui abbiamo bisogno: forza per la prova, luce per il cammino e quella pace profonda che il mondo non può né dare né togliere (Giovanni 14:27).
Dimora in Lui, e la tua gioia sarà completa.